Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.
(William Shakespeare)

Hai mai avuto la sensazione di ritrovarti incastrato in situazioni che si ripetono costantemente uguali?
Ti sembra mai che, anche se cambia la persona, le tue relazioni finiscano tutte allo stesso modo?
Non capisci perchè attiri sempre lo stesso tipo di persone sbagliate?

Perchè sei sempre dentro una relazione tossica?
Ti dicono (o forse lo pensi tu stesso):”Sembra che te li scegli con il lanternino?”?

…Se hai mentalmente risposto “Sì” ad una o più delle domande qui sopra allora probabilmente in maniera del tutto inconsapevole sei incastrato dentro un “copione affettivo”.
Prima di arrabbiarti, di dire “Eh, ma io non lo faccio apposta…Mica mi diverto…Non è mica colpa mia…Guarda che io non volevo mica finisse così!” ti chiedo di fermarti un attimo a riflettere.

Quando ti parlo di “copioni” o di “giochi” relazionali ti parlo di modelli automatici di funzionamento: sono strategie, schemi, modi di comportarti con gli altri che hai imparato probabilmente ancora bambino. Erano allora i modi migliori che tu potessi trovare per mantenere vivo ed in salute il legame affettivo con mamma e papà.
Se, ad esempio, vivi in una famiglia dove hai un genitore che senti come particolarmente emotivamente vulnerabile, o fisicamente malato per tempi lunghi, facilmente imparerai a stare con lui prendendotene attivamente cura perchè lo ami e ne percepisci la fragilità ed il bisogno. Sbilancerai magari il tuo modo di essere felici insieme attraverso costanti comportamenti da piccolo adulto e tenderai invece a reprimere i tuoi normali bisogni infantili. Potresti infatti aver trovato vitale inibire la normale parte bambina che vuole non solo essere coccolata, ma che a volte, come è normale sia, vuole essere libera anche di combinare qualche pasticcio e qualche marachella perchè hai sentito che quella parte sarebbe in qualche modo stata di ostacolo nella relazione con una mamma o un papà “fragile”.

Secondo E. Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale “Il gioco psicologico è una serie di transazioni ulteriori ripetitive a cui fa seguito un colpo di scena con uno scambio di ruoli, un senso di confusione accompagnato da uno stato d’animo spiacevole come tornaconto finale, in termini di rinforzo di convinzioni negative su di sé, sugli altri, sul mondo”.
Per essere definiti tali devono essere caratterizzati da

  • Ripetitività: ogni persona gioca il suo copione “preferito” più e più volte perché è quello con cui ha più familiarità ed, involontariamente, sceglie sempre lo stesso tipo di partner.
  •  Inconsapevolezza: la persona li mette in scena senza rendersi conto della propria corresponsabilità nel generare e nel mantenere il loop in cui si trova
  • Scambio di ruoli nel corso dell’interazione: come ti spiego alla fine dell’articolo quando la crisi arriva tra due partner che giocano in ruoli complementari, c’è la tendenza all’inversione dei ruoli o all’assunzione di ruoli terzi nel tentativo di arginare il dolore e proteggersi dall’altro.

Il più famoso dei copioni che danno vita alle relazioni tossiche è quello descritto da Stephen Karpman, il cosiddetto “Triangolo Drammatico” che si gioca benissimo anche in due.

Il triangolo drammatico comprende i ruoli di Vittima-Salvatore-Carnefice (o Persecutore).

Tipicamente le coppie incastrate in relazioni tossiche sono caratterizzate da un duo Vittima/Salvatore oppure un duo Vittima/Carnefice.

Raramente due partner che vivono aderendo ad uno di questi copioni dolorosi si scelgono tra simili.

Nessuna di queste è una dinamica relazionale paritetica, tipica invece delle coppie che funzionano in maniera sana.

Sono tutte relazioni in cui c’è un partner per qualche motivo dominante ed un partner che sceglie di sottostare all’altro.

La Vittima

Si presenta in scena proclamando una vita zeppa di fallimenti, di sfortune, di colpe e responsabilità attribuite al caso o agli altri. La Vittima spesso tende a raccontarsi come incapace, inadeguata, un vero e proprio fallimento. Spesso si presenta come passiva, mite, e sembra incapace di mettere se stessa ed i propri desideri al centro della propria mente. Nonostante desideri ardentemente una vita da protagonista finisce per restare dietro alle quinte del sipario.

Dentro c’è paura. Paura del fallimento, paura dell’abbandono, paura di perdere la propria identità se effettivamente qualcosa dovesse  davvero cambiare. La paralisi ed il congelamento della propria esistenza sono inconsapevoli strategie di evitamento. Il benessere fa intimamente paura, anche se spesso la persona non se ne rende consapevolmente conto. La rabbia, intesa come emozione che è anche un motore all’azione, è spesso completamente inibita.

Non è raro che la Vittima arrivi da store familiari infelici, da famiglie dove c’è una sorta di identità collettiva di “sfortunati”. Spesso c’è colpa inconsapevole nel solo pensare di sganciarsi dal copione familiare, e di essere più felici delle generazioni che ti hanno preceduto.

Per mantenersi in un ruolo familiare di “fallimento” la Vittima tende a cercare relazioni con persone che si prenderanno cura di lei e non le faranno assumere responsabilità di alcun tipo. Di solito sono scelti i partner cosiddetti Salvatori. Il mantra inconsapevole della Vittima è “Chi è felice o sa cavarsela da sè sarà tenuto lontano dagli altri a cui tiene”.

Il Salvatore

Il Salvatore, come già ti ho anticipato nell’introduzione, arriva spesso da famiglie dove è stato indispensabile inibire lo slancio vitale e la leggerezza incosciente del bambino. Genitori fragili, genitori malati, lutti o eventi traumatici che gli adulti non hanno autonomamente gestito li hanno resi agli occhi dei piccoli estremamente bisognosi di cure. Il piccolo che assume il ruolo di Salvatore si accolla in maniera adultizzata la responsabilità di farsi carico del fardello della famiglia, inibendo autonomamente quelli che sarebbero i propri bisogni ed i propri desideri. Apparentemente sempre desideroso di occuparsi degli altri, sempre poco dedito a se stesso, il Salvatore sembra fatto per trovarsi partner di cui occuparsi con dedizione e cura. La compulsiva tendenza ad aiutare e ad essere riconosciuto dall’altro nel proprio essere sempre presente per gli altri rinforza il proprio mantra inconsapevole “Solo chi è utile sarà amato”. Se l’altro si sottrae per qualche motivo all’essere aiutato il Salvatore può scivolare nel ruolo di Vittima o passare aggressivamente al ruolo di Carnefice.

Il Carnefice

Il Carnefice spesso arriva da famiglie estremamente verbalmente o fisicamente aggressive e conflittuali. In un contesto come la famiglia che dovrebbe teoricamente essere il luogo dove potersi mettere a nudo nelle proprie vulnerabilità in maniera spensierata e spontanea, il bambino che impara a mettere su il vestito da futuro Carnefice impara da subito invece che proprio nel legame e nell’intimità si cela il pericolo peggiore: la sottomissione e l’umiliazione se ti fai vedere per come sei. La rabbia, che in certi tipi di famiglie, è l’unica emozione “sicura” da provare perchè ti fa sentire e ti fa vedere dagli altri come “forte”,  è spesso l’unica emozione riconosciuta e legittimata. Non è raro che la rabbia sia una sorta di sostituto alla vergogna, alla paura o alla tristezza, emozioni percepite come scomode e pericolose dal bambino e dal sistema familiare tutto perchè attinenti ad una dimensione emotiva di fragilità e bisogno. Il mantra inconsapevole del Carnefice è “La fragilità e la vicinanza emotiva sono un pericolo. L’amore è l’anticamera della sottomissione : sii leone e domina le pecore”

Il Carnefice, spesso inconsapevolmente attratto dalla Vittima per la facilità con cui da entrambe le parti ci si riconosce in maniera del tutto involontaria nella dinamica “comandante-comandato”, può scivolare nel ruolo della Vittima stessa qual ora la Vittima dovesse ad un certo punto sganciarsi dal ruolo fisso di sottomesso.

La caratteristica del “triangolo drammatico” è la tendenza allo scambio di ruoli tra i partecipanti all’aumentare della sofferenza nella coppia: Karpman lo chiama Scarto Drammatico. Qui tendono ad incagliarsi tutte le coppie che vivono relazioni tossiche.

Ad esempio, un Salvatore che cerca di salvare inutilmente una Vittima dal proprio destino avverso ad un certo punto potrebbe sentirsi impotente nella propria fatica a vuoto e diventarne il Carnefice. La Vittima a quel punto potrebbe invertire i ruoli passando nello stato del Salvatore, o diventare a propria volta un Carnefice dell’altro.

Come uscire da una relazione tossica?

Il primo passo  è diventare consapevole della storia personale dalla quale arrivi. Scoprire quali bisogni e quali paure hanno plasmato alcune parti di te nella relazione con gli altri.

Scoprirai così a quali tuoi bisogni profondi la scelta sempre dello stesso tipo di partner sta rispondendo.

Tecnicamente questo lavoro si chiama il lavoro sulla “Carriera sentimentale“.

Non hai voglia di scoprire meglio la tua?

Contattami per un primo appuntamento!