DIFFICOLTA’ DI GESTIONE DI EVENTI TRAUMATICI

Oggi la parola “trauma” sembra essere diventata molto di moda anche nel linguaggio comune ma attenzione a non abusarne o ad usarla con troppa leggerezza.

Una diagnosi di malattia? Un incidente automobilistico? Un cataclisma? La perdita del lavoro? Una bocciatura scolastica? La fine di una storia sentimentale? Un lutto? Una separazione?

Attenzione a non confondere dolore e tristezza con la disregolazione emotiva propria della mente traumatizzata e a non fare la corrispondenza: gravità dell’evento – – > trauma.  Possono esserci eventi minori del quotidiano apparentemente traumatici e catastrofi non traumatizzanti per ciascuno di noi. Esiste invece qualcosa che può fare la differenza tra trauma e non trauma. Ed ora ve la racconterò.

Ci sono eventi tristi, dolorosi che quando accadono segnano sicuramente, ma che, mentre accadono, non sono in grado di mandare ko le capacità e le risposte innate di sopravvivenza  della mente dell’individuo. Ad esempio, un lutto di un nonno anziano e malato da tempo è un evento sicuramente triste e doloroso ma difficilmente costituirà un trauma. Difficilmente lo sarà perché la mente ha un cassetto dove collocare quell’evento, che è figlio di una storia lineare: io e il mio nonno nell’infanzia, io e il mio nonno che invecchia, il mio nonno che si ammala, il mio nonno che muore. Me lo posso aspettare. Piangerò. Magari gli volevo particolarmente bene, e sarò molto triste. Mi sentirò solo, mi mancherà. Vorrei fosse ancora vivo. Nei primi mesi penserò spesso a lui ed ai bei momenti insieme, o anche ai litigi avuti con nostalgia e malinconia. Se questo è effettivamente quello che mi accade quel lutto non sarà traumatico. È un evento doloroso che nel tempo può mutare in un ricordo triste.

Sono in macchina in autostrada. È un giorno qualunque. Ascolto la mia musica preferita. Sto andando a lavoro come sempre. Piove molto. L’asfalto non è drenante. Un camion vicino a me perde il controllo, sbanda, mi taglia la strada. Lo vedo che mi si avvicina, sento il mio piede che freneticamente pigia sul freno, accade tutto in un secondo. I pensieri diventano confusi. Ho una paura terribile, intensa. Per un secondo ho la certezza che morirò. Poi la buona sorte vuole che lui riesca a frenare a pochi metri di distanza dalla mia macchina. Siamo tutti sani e salvi. Nei mesi seguenti però ogni volta che mi metto al volante il mio corpo è teso. Quel percorso faccio una gran fatica a farlo al mattino, tanto che vado a lavoro in treno. Quando guido basta un minimo imprevisto, qualcuno che mi taglia la strada, un pedone frettoloso e le mie risposte emotive diventano ingestibili: inveisco, piango, urlo. Perché? Non lo capisco, non mi è mai successo. I rumori improvvisi, anche sul lavoro, mi fanno saltare. Ho i nervi a fior di pelle. Dormo male, faccio incubi. Ogni tanto entrano nella mia mente dei flashback: il colore del tir, quel pezzo di strada. La tachicardia mi assilla. Saranno i caffè? Lo stress? Il cuore andrà bene, dottore?

Questo è trauma. Anche se non è successo nulla di fatto. Ma il mio corpo e la mia mente sono rimasti congelati a quella mattina. Non me lo aspettavo, è successo tutto rapidamente, la paura intensa di morire ha mandato in tilt le aree cognitive di problem solving, il corpo è rimasto paralizzato in una reazione di difesa incompiuta. È un evento passato che continuo a rivivere nel presente.

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