Qualche anno fa si parlava delle terribili “mamme tigri”. Poi fu il turno dei “genitori elicottero”.

Ora si parla dei “genitori spazzaneve”: anche se la definizione arriva da Paesi anglofoni il fenomeno sembra essere del tutto globale.  Da sempre in Italia si parla di “figli mammoni” e da qualche anno è entrato nel lessico comune il termine “bamboccioni”.

Il termine “genitori spazzaneve” indica quella tipologia di genitori che non si limita più solo a controllare “dall’alto” le mosse e le scelte del figlio per tutelarne la sopravvivenza ed il benessere in un mondo percepito come pericoloso (come i genitori elicottero) o a sacrificarne il benessere emotivo e fisico in vista di un futuro di successo e prestigio sul piano professionale (come le mamme tigri che nei casi più gravi possono finire per esporre  i figli in situazioni non protettive e potenzialmente pericolose pur di aumentare le loro probabilità di successo).

I “genitori spazzaneve” fanno qualcosa in più: si mettono in gioco in prima persona ed a testa alta e petto in fuori camminano sulla strada della vita dei propri figli mettendosi esattamente davanti a loro. Con tenacia, apprensione ed ostinazione non permettono mai che un ostacolo, anche minimo, possa turbare la quiete emotiva dei propri pargoli: vanga in mano, si muovono nel mondo spazzando via qualunque ostacolo incontrato sulla via, dalla buccia di banana alla slavina.

È frequentissimo ascoltare racconti di insegnanti che non riescono più ad esercitare la propria professione di educatori perché di fronte ad un qualunque meritato rimprovero si trovano davanti a genitori furenti o neganti. È frequentissimo ascoltare racconti di selezionatori del personale che ricevono mail e curriculum da mamme e papà a nome dei propri figli, E’ frequentissimo ascoltare di Docenti Universitari che vedono figli maggiorenni accompagnati da mamme e papà negli Open Day, nelle aule di lezione, ai ricevimenti.

Tutti i genitori vorrebbero sempre “il meglio” per i propri figli.

Vorrebbero vederli soddisfatti, realizzati, collocati nel mondo. In un periodo di crisi come quello attuale poi, in cui non ci sono più scelte professionali che garantiscano più di altre la possibilità di trovare e di mantenere a lungo termine una posizione lavorativa dignitosa, l’ansia di controllo delle persone tende fisiologicamente ad aumentare.

In studio invece è sempre più frequente vedere giovani ben oltre la maggiore età completamente paralizzati nella propria vita: non studiano, non lavorano, non si mettono in gioco in prima persona sentimentalmente. Bloccati in una fase di vita indistinta, sembrano del tutto disarmati di fronte alla possibilità di gestire il fallimento senza implodere o senza esserne sopraffatti.

Esposti continuamente ad un ideale di vita che non contempla il fallimento, l’invecchiamento, l’imperfezione, la lentezza, la non competitività, il non giudizio è estremamente difficile per un genitore non cercare di far emerge il proprio figlio con ogni mezzo in proprio possesso.

Avete mai sentito parlare della profezia che si autoavvera? Quanto più siamo convinti delle conseguenze di un evento quanto più metteremo in atto comportamenti (spesso non lucidi ed inevitabilmente condizionati dalla paura delle conseguenze dell’evento temuto) che, inevitabilmente, finiranno per farlo verificare. Così, quanto più i genitori sono spaventati da un eventuale futuro fallimento del proprio figlio, quanto più è probabile che essi lo stiano inconsapevolmente alimentando.

L’aspettativa di felicità costante, l’illusione tossica di dover evitare di fallire in un progetto, di dover evitare di prendere un brutto voto, di dover evitare a tutti i costi di non superare un esame, di dover evitare a tutti i costi di essere rifiutati ad un colloquio di lavoro disabituano il bambino sin dall’infanzia a gestire in autonomia il fallimento e le sensazioni spiacevoli che da esso derivano.

Credere di dover essere sempre felici alimenta inconsapevolmente l’idea che la sofferenza sia qualcosa che non si può gestire.

Credere che tutto dovrà sempre andare a finire come si vorrebbe alimenta inconsapevolmente l’idea che il fallimento sia un marchio di infamia incancellabile.

Puntare tutto sul risultato ottenuto e non sullo sforzo fatto è terreno fertile per lo sviluppo dell’illusione del decatleta tipica delle personalità con sfumature narcisistiche: una volta ottenuto il risultato non si prova mai gratificazione verso se stessi ed il lavoro fatto. Si punta anzi subito ad alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere. Il risultato è continuare a correre dentro una ruota impazzita del tutto inconsapevoli dei propri reali desideri ed obiettivi intimi, attenti solo a collezionare applausi, voti e stelline di merito.

Non sbagliare mai non permette alla persona di comprendere le proprie strategie di funzionamento: superate le inevitabili e fisiologiche emozioni conseguenti di frustrazione, rabbia, tristezza e delusione c’è tutto un mondo di consapevolezza che si apre per chi si concede di guardare ai propri errori con occhiali di curiosità e non di vergogna. Fin dall’infanzia un genitore dovrebbe allearsi con il figlio, tifarne il nome fino a rimanere senza voce e poi, come tutti i buoni allenatori, festeggiare la coppa o riunirsi con lui per esaminare realisticamente le aree di difficoltà, le aree di forza e gli esercizi più utili per potenziare le fragilità più evidenti.

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