La Teoria dell’Attaccamento spiega perfettamente i diversi tipi di legame mamma bambino.

Come Psicoterapeuta a me piace perché  funziona bene sia nello spiegare e prevedere i comportamenti delle persone sia nella programmazione di un intervento terapeutico.

Nella pratica terapeutica spesso la racconto alle persone con cui lavoro, perché dà a loro una iniziale consapevolezza del perché dei loro comportamenti.

Con i genitori in Terapia poi è particolarmente importante, perché fare riconoscere loro lo stile di attaccamento del bambino con la mamma e quello con il papà spesso permette ad essi stessi di osservare i loro modi di funzionamento automatici, ed è in molti casi l’inizio di un percorso terapeutico individuale qual ora ci sia del dolore da accogliere e rielaborare.

Di solito al grande pubblico invece nulla di tutto questo arriva.

Così, mi sono detta, perché non prendere alcuni cartoni o protagonisti di libri famosi e passarli al vaglio della Teoria dell’Attaccamento per rendervela familiare?

La Teoria dell’Attaccamento di J. Bowlby è stata concettualizzata nel secondo Dopoguerra ed ha costituito una frattura rispetto alle teorie psicodinamiche classiche dello sviluppo. Essa dice che esiste una predisposizione innata nei cuccioli dei mammiferi, e quindi non solo negli uomini, a ricercare ed a mantenere la vicinanza fisica ed emotiva con gli adulti.

Possiamo immaginare tale la ricerca di vicinanza da parte dei piccoli, e la tendenza a prendersi cura di loro da parte degli adulti come un bisogno evolutivamente necessario ed indispensabile per la sopravvivenza della specie stessa.

Avete presente i documentari in cui la giraffina o il puledrino nascono e pochi minuti dopo sono già in grado di correre e saltellare autonomamente? Ecco, per noi umani non può essere così!

Se già nei mammiferi con un cervello ed una struttura sociale complessa la maturità del cucciolo non è questione di ore ma di mesi, per noi è questione di anni. Una ventina per essere precisi!!

Per salvaguardare la complessità del nostro cervello, che ha bisogno di una testa grande per essere contenuto, Madre Natura ha trovato un compromesso.

Se i nostri cuccioli fossero nati con le dimensioni della testa e del cervello pari a quelle di un bambino di tre anni, età in cui si sono consolidate le autonomie di base, noi donne saremmo tutte morte in gravidanza perchè quella testa non sarebbe passata attraverso il canale del parto.

L’Evoluzione ha quindi deciso di sacrificare la precoce autonomia in favore della sopravvivenza della specie.

La vicinanza a mamma e papà è per i piccoli indispensabile come l’ossigeno. In loro è vivo l’istinto di cercarla e mantenerla, e sono disposti a tutto per averti vicino.

Genitori, educatori, insegnanti, pediatri: smettiamola di parlare di “manipolazione” o di “attirare l’attenzione” quando parliamo del comportamento dei bambini!

Avete presente i camaleonti? Loro sono dei maghi dell’adattamento: per sopravvivere ai predatori cambiano il loro colore a seconda della superficie dove si appoggiano.

I nostri bambini fanno una cosa simile: il loro istinto è mantenersi il più vicino possibile a mamma e papà e la loro mente le prova tutte per ottenere il massimo della vicinanza.

L’attaccamento può essere di diverse tipologie: grazie al contributo di M. Ainsworth prima e di M. Main e J. Solomon poi, possiamo identificare quattro diversi stili: Sicuro, Insicuro Evitante, Insicuro Ambivalente e Disorganizzato.

Qui parlerò solo dei primi tre

Il bambino sicuro

Ci sono i bambini che possono essere semplicemente loro stessi perché non hanno  paura di perdere mamma e papà con i loro comportamenti: sono i cosiddetti bambini sicuri. Hanno imparato che nella maggior parte dei casi quando stanno male qualcuno si avvicina e si prende cura di loro. Imparano nel corso dei primi anni di vita che quando hanno bisogno per lo più gli altri ci sono per loro. È per questo che possono in serenità dedicarsi a giocare, ad esplorare il mondo, a crescere.

Gli appassionati della saga di Harry Potter avranno sicuramente in mente la figura femminile per eccellenza del libro, Hermione Granger che, a differenza di Ron Weasly l’ansioso e di Harry Potter l’evitante, è in grado di appoggiarsi agli altri senza dipenderne e di chiedere aiuto senza difficoltà.

Il bambino evitante

Ci sono poi i bambini che hanno scoperto che sembrare buoni, bravi e sorridenti, (indipendentemente dai loro veri sentimenti) avvicinerà a loro mamma o papà. Questi bambini scoprono che se invece piangono o esprimono desideri, bisogni e paure sistematicamente si sentono rifiutati e allontanati. Sono bimbi che impareranno quindi a sembrare “bravi” sempre ed a non prestare ascolto ai loro bisogni. Questi sono i bambini da noi chiamati evitanti.

Elsa, la principessa di Frozen, penso che sia il miglior esempio non psicologico di una persona con caratteristiche evitanti: c’è una canzone del primo film (For the first time in forever) duettata con sua sorella Anna che nella versione inglese rende perfettamente l’idea di cosa provi una persona abituata a reprimere le proprie emozioni per paura dell’abbandono.

Don’t let them in, don’t let them see

Be the good girl you always have to be

Conceal, don’t feel, put on a show

Make one wrong move and everyone will know

Nello stesso gruppo di Elsa troviamo Pollyanna che addirittura si è meritata di dare il nome ad una “Sindrome” nel lessico psicoanalitico. La Sindrome di Pollyanna, o atteggiamento Pollyannico è tipico di persone che sistematicamente distorcono la realtà escludendo da essa ogni aspetto di spiacevolezza ed ogni emozione disturbante “negativa” percependo o ricordando di essa solo gli aspetti positivi o piacevoli…Vi ricordate il “gioco” che lei faceva no?

Il bambino coercitivo/ambivalente

Ci sono poi i bambini figli di genitori spesso stanchi, distratti, sovraccarichi di attività. Agli occhi del bambino questi genitori sembrano imprevedibili (per questo viene anche chiamata mamma “a corrente alternata”).

Mamma e papà a volte mi stanno vicino (anche troppo!), anche se non sono io a chiederlo. Altre volte quando piango e li reclamo loro sembrano ignorarmi.

Questi bambini sono quindi spesso bambini disorientati e confusi perché non riescono a creare una idea di sé e degli altri prevedibile. La logica non li aiuta, per cui sono costretti ad usare le emozioni per avere un controllo sul mondo e quindi sentirsi al sicuro.

Sono bimbi che hanno sistematicamente imparato che le parole non sono attendibili nel descrivere la realtà. Per dire, è tipico l’esempio delle nonne che dicono alle neomamme “Vattene che adesso non ti guarda” oppure “Amore la mamma va un attimo a fare la nanna” e poi la mamma esce di soppiatto.

Sono i bambini coercitivi.

Vi ricorda qualche cartone molto di moda adesso questo profilo psicologico? A me ricorda molto la storia della piccola Masha del fortunato cartone “Masha ed Orso”. In particolar modo c’è una breve sequenza in un episodio che mi ha fatto molto sorridere trovandola un buon esempio della strategia “coercitiva” di questi bimbi: Orso sta pescando, Masha si avvicina a lui perché vorrebbe giocare con i suoi attrezzi da pesca ma Orso li allontana dalla bambina. Masha inizia a protestare ma Orso la ignora. Masha comincia allora a fare un vero dramma con tanto di lacrimoni a cascata con un occhio chiuso ed un occhio aperto per “vedere di nascosto l’effetto che fa”. Orso stremato dalla situazione pur di far cessare il disturbo provocato dal pianto di Masha le da allora accesso all’intero armamentario da pesca. Il pianto immediatamente cessa e Masha, tornata improvvisamente felice, gioca con tutto quello che desiderava.

 

E tu ti sei ritrovat* tra uno di questi personaggi?

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